Come un respiro

Presentazione del libro di Mons. Selim Sayegh

Fr.Francesco Patton ofm, Custode di Terra Santa

25 Giugno 2019 al Monastero delle Clarisse, Gerusalemme

https://www.custodia.org/it/documenti-del-custode/come-un-respiro

1. Carissime sorelle, carissimi fratelli e cari amici, permettetemi di salutarvi tutti col saluto francescano: “Il Signore vi dia Pace!”

Permettetemi di salutare in modo particolare l’autore del libro che presentiamo stasera, Sua Ecc. Rev.ma Mons. Selim Sayegh, dal titolo significativo: Come un respiro: Cammino spirituale di Luisa Jaques – Suor Maria della Trinità, Clarissa di Gerusalemme.
Un saluto particolare anche al caro p. Pier Giorgio Gianazza, che ha curato la traduzione e al Dott. Giuseppe Caffulli, che dirige le Edizioni Terra Santa di Milano e ha seguito in modo costante la nascita e l’edizione di questo libro dedicato a Suor Maria della Trinità.

2. Eravamo qui insieme un anno fa per commemorare Suor Maria della Trinità nel giorno del suo transito e siamo di nuovo insieme per la presentazione di quest’opera che descrive il cammino spirituale di colei che al secolo fu Luisa Jaques e in questo luogo divenne appunto Suor Maria della Trinità.

3. Come ricordavo già lo scorso anno, prima di venire a Gerusalemme come Custode di Terra Santa, nel 2016, non sapevo niente di Suor Maria della Trinità, non sapevo nemmeno che fosse esistita. Un giorno stavo curiosando tra i libri presenti nell’ufficio del Custode e l’occhio mi è caduto su un libricino dalla copertina bianca e rossa, la nona edizione del Colloquio interiore di Suor Maria della Trinità. Da allora questo libricino mi accompagna quasi quotidianamente.

4. La biografia meditata che Mons. Selim Sayegh, Vescovo emerito di Giordania, dedica a Suor Maria della Trinità, attinge a piene mani al Colloquio interiore, ed aiuta a fare una meditazione lunga e profonda, potremmo dire “per temi”, non solo su ciò che è stata l’esistenza della Santa e il suo messaggio, ma – attraverso di lei – anche su quello che la nostra vita è chiamata ad essere nell’aprirsi alla relazione con il Signore che abita in noi e che dall’intimo del cuore ci chiama ad aprirci a Lui.

5. In uno dei suoi pensieri, il n. 169, suor Maria della Trinità fa una sintesi molto significativa di quello che è il senso della vita cristiana e di ogni vocazione, a partire da ciò che il Signore ispira a ciascuno di noi.
In questo pensiero emerge anzitutto la forte consapevolezza che è il Signore a ispirare i desideri più belli e più profondi ed è davanti a Lui che possiamo scoprire qual è il desiderio profondo che portiamo in cuore e che può dare senso a tutta la nostra vita. Occorre che anche noi impariamo a riconoscere questo desiderio profondo e ispirato e occorre che impariamo invece a lasciar perdere i desideri superficiali che ci distolgono da questa ricerca. Altrimenti accade che il Signore ci è vicino e intimo e noi lo cerchiamo in cose superficiali, o puramente esteriori.

6. Una seconda sottolineatura è quella della singolarità di ogni vocazione. È vero che tutte le vocazioni rientrano anche in grandi categorie quali matrimonio, vita consacrata, sacerdozio, e altre. Eppure, Gesù ricorda a Maria della Trinità che c’è una singolarità di ogni nostra chiamata: “Mi do a tutte le anime, ma ho per ciascuna dei segreti da confidare a lei sola; con la missione che riguarda lei sola…”. Questa singolarità è particolarmente preziosa perché indica che siamo chiamati a una relazione autenticamente personale col Signore. Non si tratta semplicemente di fare nostra una “forma di vita”, cosa pure importante, ma di vivere fino in fondo questa relazione personale di amore, con la sua singolarità e con tutte le sue conseguenze, compresa quella di non star lì a fare paragoni tra la mia vocazione e missione e quella degli altri fratelli o sorelle.

7. L’ultima sottolineatura che desidero fare riguarda il fatto che la nostra gioia più profonda, la nostra autentica realizzazione (per usare una categoria tanto cara al pensiero attuale) consiste nel fare la volontà del Signore. Quando prendiamo sul serio la Parola di Dio, quel Vangelo che è la persona vivente di Gesù e che noi siamo chiamati a seguire, allora ci sentiamo portati dall’amore, conosciamo la gioia e il donarsi, facciamo esperienza di quello che significa vivere in Dio. Non siamo esentati da prove e sofferenze; la vita di Suor Maria della Trinità non è certo stata una passeggiata e non lo sarà nemmeno la nostra, ma è la relazione di amore con il Dio Trinità, che è in se stesso relazione di amore, a portarci. Quando facciamo la volontà del Padre e viviamo il Vangelo, allora sperimentiamo cosa vuol dire diventare la dimora della Trinità e cosa vuol dire dimorare nella relazione di amore che è Dio.

8. Un grazie sincero a Mons. Sayegh per aver dedicato uno sforzo significativo ad approfondire il messaggio di Suor Maria della Trinità e per aver pubblicato in lingua araba le proprie opere dedicate alla nostra piccola Clarissa di Gerusalemme, che speriamo di poter venerare quanto prima come beata e poi anche come santa, lei svizzera di origine ma gerosolimitana di adozione. Con le sue pubblicazioni Mons. Sayegh ha aperto la porta della sua spiritualità al mondo del Medio Oriente e non solo. 
Grazie a Mons. Sayegh per aver accettato di pubblicare questa sua opera rivista e adattata anche per i lettori di lingua italiana nella traduzione di p. Pier Giorgio Gianazza attraverso le nostre Edizioni di Terra Santa di Milano.

9. Che la vita di Suor Maria della Trinità, clarissa a Gerusalemme, il suo cammino spirituale e il suo triplice messaggio possano aiutare anche i lettori di lingua italiana a scoprire la vita come un dono del Signore al quale corrispondere con il dono di sé, per amore di Dio, per amore della Chiesa e per amore delle persone del nostro tempo.

Vivere la pienezza dell’Amore

Vespri nella commemorazione del transito di suor Maria della Trinità

Fr. Francesco Patton ofm, Custode di Terra Santa

25 Giugno 2018 al Monastère Ste Claire di Gerusalemme

https://www.custodia.org/it/documenti-del-custode/vivere-la-pienezza-dellamore

Carissime sorelle, carissimi fratelli, 
il Signore vi dia pace!

1. Confesso che prima di venire a Gerusalemme, due anni fa, non sapevo niente di suor Maria della Trinità, non sapevo neanche che fosse esistita. Un giorno stavo curiosando tra i libri presenti nell’ufficio del Custode e l’occhio mi è caduto sul libricino dalla copertina bianca e rossa, la nona edizione del Colloquio interiore di suor Maria della Trinità. Da allora questo libricino mi accompagna. Di solito leggo uno o due pensieri al mattino, quando entro in ufficio, prima di cominciare a sbrigare la posta e immergermi nei vari impegni del giorno.

2. Questa sera desidero leggere con voi uno dei pensieri di suor Maria della Trinità e fare qualche sottolineatura. Si tratta del pensiero n. 169, che mi pare un pensiero sintesi e un pensiero centrale e un pensiero che le viene comunicato non solo per lei ma anche per noi: 
Io ispiro i vostri desideri e favorisco la vostra generosità per aumentarli e avere la gioia di esaudirli. 
Sì, io vedo tutto l’invisibile; vi sono vicino come il vostro stesso respiro, e voi mi cercate così lontano, in formule e in attitudini fuori di voi! 
Ah se voi comprendeste! Le meschinità che vi accecano cadrebbero da se stesse in questa ricerca crescente dell’Amore; e l’Amore sono io, io che rispondo appena mi si chiama. Mi do a tutte le anime, ma ho per ciascuna dei segreti da confidare a lei sola; con la missione che riguarda lei sola… 
L’anima che lo comprende, vive la sua pienezza facendo la mia volontà, ricevendo, con la mia fiducia, la mia parola. L’Amore la porta: ella vive. Conosce la gioia e il dono di séVive in me e nulla le manca. 
Scrivi questo, può essere che l’una o l’altra anima lo legga e lo comprenda”.

3. In questo pensiero emerge anzitutto la forte consapevolezza che è il Signore a ispirare i desideri più belli e più profondied è davanti a Lui che possiamo scoprire qual è il desiderio profondo che portiamo in cuore e che può dare senso a tutta la nostra vita. Questa esperienza è tipica dei Santi: pensiamo a sant’Agostino che lo racconta nelle sue Confessioni, pensiamo a san Francesco che nel Testamento parla perfino di un cambio del gusto, pensiamo a santa Chiara che vive la sua vita come un “correre dietro allo Sposo in attesa del compimento delle nozze”. Occorre che anche noi impariamo a riconoscere questo desiderio profondo e ispirato e occorre che impariamo invece a lasciar perdere i desideri superficiali che ci distolgono da questa ricerca. Altrimenti accade che il Signore ci è vicino e intimo e noi lo cerchiamo in cose superficiali, o puramente esteriori.

4. Una seconda sottolineatura: anche nella nostra vita consacrata ci sono meschinità che ci accecano, che ci distolgono dall’amare e dal donare la nostra vita. Proviamo a pensare quali sono le cose per cui ci siamo irritati o arrabbiati nel corso di questi ultimi giorni, o mesi, o nel corso dell’ultimo anno. Se facciamo questo “esame di coscienza” scopriremo certamente che quasi tutte le nostre arrabbiature e irritazioni hanno una radice molto meschina dentro di noi. Mi verrebbe voglia di fare delle esemplificazioni, ma credo che ciascuna persona qui presente sia in grado di riconoscere le meschinità che la accecano e distolgono dall’amare in modo libero e pieno.

5. Una terza sottolineatura è quella della singolarità della nostra vocazione. È vero che tutte le vocazioni rientrano anche in grandi categorie quali matrimonio, vita consacrata, sacerdozio, e altre. E dentro la stessa vita consacrata sentiamo di appartenere a grandi famiglie, gli Ordini e gli Istituti di cui facciamo parte. Eppure, Gesù ricorda a Maria della Trinità che c’è una singolarità di ogni nostra vocazione: “Mi do a tutte le anime, ma ho per ciascuna dei segreti da confidare a lei sola; con la missione che riguarda lei sola...”. Questa singolarità mi pare particolarmente preziosa perché indica che la nostra vocazione è chiamata a una relazione autenticamente personale col Signore. Non si tratta semplicemente di fare nostra una “forma di vita”, cosa pure importante, ma di vivere fino in fondo questa relazione personale di amore, con la sua singolarità e con tutte le sue conseguenze, compresa quella di non star lì a fare paragoni tra la mia vocazione e missione e quella degli altri fratelli o sorelle.

6. L’ultima sottolineatura che desidero fare riguarda il fatto che la nostra gioia più profonda, la nostra autentica realizzazione (per usare una categoria tanto cara al pensiero attuale) consiste nel fare la volontà del Signore. Quando prendiamo sul serio la Parola di Dio, quel Vangelo che è la persona vivente di Gesù e che noi siamo chiamati a seguire, allora ci sentiamo portati dall’amore, conosciamo la gioia e il donarsi, facciamo esperienza di quello che significa vivere in Dio. Non siamo esentati da prove e sofferenze; la vita di suor Maria della Trinità non è certo stata una passeggiata e non lo sarà nemmeno la nostra, ma è la relazione di amore con il Dio Trinità, che è in se stesso relazione di amore, a portarci. Come ci suggeriva già otto secoli fa san Francesco, quando facciamo la volontà del Padre e viviamo il Vangelo, allora sperimentiamo cosa vuol dire diventare la dimora della Trinità e cosa vuol dire dimorare nella relazione di amore che è Dio. E questo, solo questo ci può bastare e appagare. Niente che sia meno di questo ci può dare gioia e felicità vera e duratura. 
Che questo cammino, percorso con passo leggero e in poco tempo da suor Maria della Trinità, possa essere anche il cammino singolare di ognuno di noi, fino alla pienezza.

Fr. Francesco Patton, ofm
Custode di Terra Santa

Cara Bluette, sono felice

L’itinerario spirituale di Luisa Jaques

di SARA FORNARI pubblicato su Osservatore Romano del 23 agosto 2018, pag.4

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«Sono contenta della mia vocazione, tu lo sai, forse l’hai indovinato (…) Ma non ne so parlare, ed è talmente interiore la felicità di una clarissa, che non si può ben spiegare… Si indovina. (…) Non c’è nulla di più bello che avvicinarsi al Signore Gesù!».

Sono le parole di suor Maria all’amica Bluette, nel 1942. Un’intima e gioiosa confidenza che in bocca a una religiosa, forse, non suona straordinaria. Per apprezzarne tutto il valore, però, vale la pena conoscere chi la scrisse, una novizia dalla storia davvero particolare: Maria della Trinità, al secolo Louise Jaques, che morì nel monastero di Santa Chiara a Gerusalemme nell’estate del 1942, soltanto quattro anni dopo esservi entrata, il 25 giugno 1938, ottanta anni fa.

Il suo cammino di ricerca fu straordinariamente difficile e sofferto. Era nata a Pretoria, in Sud Africa, il 26 aprile 1901, in una famiglia calvinista svizzera, originaria del giura valdese. Il padre, pastore protestante, aveva fondato la missione romanda di Pretoria e Johannesburg. Louise si era convertita al cattolicesimo all’età di 27 anni, e quasi da subito era nato in lei il desiderio profondo della vita religiosa. I dieci anni che trascorsero dalla conversione al concretizzarsi della sua vocazione, furono densi di travaglio. Ultima di quattro figli, le era mancata la tenerezza materna: la madre era morta poche ore dopo il parto. Fu cresciuta dalla zia materna. Di salute fragile, per un rischio di tubercolosi dovette curarsi nello chalet Speranza a 1400 metri di altitudine, a Leysin, sopra la valle del Rodano.

Durante questo soggiorno forzato, nel 1919, nacque l’amicizia con una coetanea, Bluette, con cui condivise l’esperienza di lotta alla malattia: sarà la sua confidente, giungeranno insieme al battesimo aiutandosi a trovare il senso della vita. Bluette aveva invitato la sua compagna di ginnasio, Adrienne von Speyr, a tenere della conferenze nello chalet, fondato dalla cugina di quella che sarà una grande mistica; più giovane di un anno, le superava per vastità di cultura e profondità delle riflessioni. «Queste conferenze furono dei momenti tutti particolari, dei punti fermi nella mia vita. I miei temi furono piuttosto sconvolgenti», scrisse Adrienne, elencandoli: il diritto di pensare, obbedienza e libertà, la verità e la sua misura, l’espressione della verità in Dostoevskij.

Quelle che ascoltavano, ricorda poi, erano operaie, giovani infermiere, e qualche studentessa, «una tra queste era Louise Jaques. Aveva circa 20 anni, grandi occhi neri». La von Speyr, che divenne cattolica in seguito, nel 1940, conserva anche il ricordo preciso di uno scambio con Louise, che in quel tempo le disse «tu mi costringerai a diventare cattolica».

E alla domanda: in che modo, la risposta e il commento che lei stessa riporta fu: «Obbedienza e libertà si incontrano nell’unità — come le presenti tu — solo in Dio e nella sua Chiesa. Più tardi Louise osò tentare l’avventura; divenne cattolica».

Un filo invisibile unisce queste due donne, entrambe caratterizzate, al di là del breve tratto di vita condiviso e del diverso percorso, dall’esperienza mistica. La von Speyr è legata ad Hans Urs von Balthasar, suo direttore spirituale e collaboratore. E fu proprio il grande teologo svizzero a sottolineare, nella prefazione a un saggio del 1979 su suor Maria della Trinità, “l’innegabile autenticità” degli scritti della clarissa. Che a partire dal 1940 aveva cominciato ad annotare su un taccuino delle parole interiori, poi, su richiesta del confessore, pochi mesi prima di morire, aveva messo per iscritto il racconto della sua conversione e vocazione.

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Louise Jaques la prima a sinistra con le amiche Verena e Bluette

Il Colloquio interiore raccoglie ciò che suor Maria ascolta dalla voce del Signore, e documenta la sua ricerca incessante della volontà di Dio, nella via della perfezione. «Dio parla dolcemente — notò von Balthasar — è molto facile coprire la sua voce. Egli può anche, come Louise dice negli scritti, parlare senza rumore di voce, in silenzio, e tuttavia l’anima comprende perfettamente ciò che Egli vuole».

E ancora: «Qui dei messaggi senza parole sono tradotti in linguaggio parlato». Tra gli indizi di autenticità il teologo iscrive le mediazioni psicologiche, le correzioni da parte del Signore al programma spirituale della clarissa, l’insistenza sui piccoli dettagli della vita del chiostro. Il cammino verso la conversione era iniziato drammaticamente, a partire da una notte terribile, tra il 13 e il 14 febbraio 1926. Allora, accadde «questa piccola cosa insignificante che non fa rumore, che ha la levità di un sogno», e che tuttavia capovolse la sua vita.

Il vuoto esistenziale, da lei sperimentato, che descrive con poche precise parole, pone la monaca nel solco dell’esperienza di tanti mistici dei secoli passati, e la proietta nel post-moderno come una profetessa del XXI secolo: «Dio non c’è, tutto quello che se ne dice non è che commedia, e la vita non vale la pena di essere vissuta. Ecco a che mi aveva portato a pensare tutta una lunga catena di sacrifici e lotte inutili: Dio non c’è! Ho conosciuto la disperazione! Morire, morire». Così suor Maria della Trinità inizia il racconto «delle sue debolezze e della misericordia del Signore» come lei stessa lo chiama, che da quella notte di disperazione la portò alla luce della fede in seno alla Chiesa cattolica, quindi clarissa a Gerusalemme.

Si descrive «schiacciata da questo senso del nulla», inchiodata sul letto e incapace di piangere, annientata. In quell’istante, un’ombra entrava attraverso la finestra, rapida, senza far rumore: non poté vederne il volto ma descrisse le maniche larghe, le mani incrociate, un cappuccio in testa, un vestito color bruno scuro e una semplice corda come cintura. Questa religiosa — che sarà poi identificata con Santa Chiara — non era un’ombra o un’immagine, era una persona. Non pronunciò una parola, ricorda Louise, però «nella mia disperazione era entrata una luce: prima di disperare di Dio, c’è ancora questo: andrò a pregare in un convento». Questa, raccontò poi, fu «l’unica causa di attrazione irresistibile verso il chiostro, non ragionata, ma subita». Ciò valse a mutare la sua vita: «Da allora in avanti nel fondo di un baule c’è della biancheria ordinaria che non tocco più, riservata per quando andrò in convento. È una cosa certa».

Dovette fare i conti con sensi di colpa e scrupoli dovuti anche a una educazione rigida, e a un certo punto toccò il fondo. Poi la risalita, con l’accendersi di quella speranza di una vocazione claustrale, che le che costò tanti tentativi e delusioni. A motivo della salute fragile e della conversione recente, bussò alla porta di molti conventi ed entrò in prova in almeno quattro diverse congregazioni: dalle francescane, dalle carmelitane, persino dalle clarisse in Svizzera. Malgrado lo scoraggiamento, rimase sempre in ascolto. Il racconto autobiografico è fitto di titubanze, dubbi, delusioni: il travaglio interiore di un’anima, in cui risuona spesso la domanda: «Dio mio dov’è la vostra volontà?». Ecco qualche passaggio: «Ignoravo tutto della vita religiosa, e avevo una fifa da non dire! Malgrado ciò, un’attrattiva in fondo all’anima, irresistibile».

E in un altro passo: «Certo avrei potuto sottrarmi perché io non la vedevo per nulla questa volontà di Dio, cercata a tentoni; ma allora sarebbe stato come perdere una pace nel più profondo di me stessa, una pace di cui non potevo fare a meno».

Una figura straordinariamente moderna, suor Maria della Trinità, anche per il suo sofferto cammino vocazionale. Una donna sensibilissima e fragile, al tempo stesso volitiva. «Indipendente a oltranza» si definiva lei stessa, che lavorò per mantenersi come impiegata, poi come istitutrice in diverse famiglie, in Svizzera, Sud Africa e Italia, a Milano. Sentiva che l’indipendenza materiale era necessaria per poter rispondere alla sua vocazione.

Il padre soffrì e si sentì tradito per il suo passaggio al cattolicesimo, e lei avrà sempre nel cuore il desiderio di portar loro la sua fede.

Altro tratto caratteristico della sua spiritualità è l’attrazione per l’eucarestia, la fiamma che la condusse alla Chiesa cattolica, sostenendola negli anni di ricerca della sua vocazione. Prima di ricevere il battesimo, visitava le chiese, nelle pause del lavoro, vi passava ore in preghiera e osservava le benedizioni eucaristiche «senza capirci niente, ma come attirata».

Tante le disillusioni vissute, anche per maturare nella fede, nell’abbandono a Dio, e arrivare a udire distintamente la voce del Signore: «Un altro non avrebbe potuto fartela intendere», le spiegò Gesù, che nell’intimo la invitava a spogliarsi, ad affidare tutto, con umile fiducia: «Diventa completamente povera, di parole, gesti, oggetti, desideri, eccetto nell’unione con me e con la mia volontà. Sono io che vivrò in te. Lasciami fare mia Diletta». (Colloquio interiore, 12).

Quando entrò nel convento che oggi si affaccia su Hebron Road, Louise aveva 37 anni, una figura esile vestita di nero, con un cappello di feltro e tacchi alti. Poco prima del pellegrinaggio a Gerusalemme scrive: «Solo per le clarisse vi era ancora una brace sotto la cenere. Del loro monastero in Gerusalemme non sapevo che quel che dice la vita di Charles de Foucauld, ma avevo un lume di speranza ed ero spinta a venire senza tardare». «È passata tra di noi senza far rumore», testimoniarono di lei le consorelle, ricordando la sua umile carità, la docilità obbediente. «Ciò che mi è costata la mia vocazione, Dio solo lo sa. È il mio segreto, è il mio tesoro! Ed è la mia consolazione, la più dolce», scriverà all’amica Bluette nel 1942, a pochi mesi dalla morte. Una febbre tifoide colpì il monastero, e in pochi giorni suor Maria arrivò al traguardo: il 25 giugno lasciava la Gerusalemme terrestre per quella celeste. Pochi mesi prima aveva formalizzato l’offerta della propria vita, con il voto di vittima approvato dal suo confessore. Nella prefazione del Colloquio interiore in lingua francese (1977) von Balthasar aveva spiegato cosa sia questo voto: «Un grado sommo di disponibilità e di non-resistenza a tutte le decisioni di Dio». E secondo le parole di Gesù — trascritte nel Colloquio al n. 670 — «il voto di vittima significa imitare la mia vita eucaristica».

Una parabola intensa e significativa, la vita nascosta e luminosa di questa «mistica e profetessa del XX secolo», come l’ha definita il compianto francescano padre Lino Cignelli. Il Colloquio interiore, 60.000 copie diffuse in Italia in pochi decenni, giunto alla decima edizione, tradotto in diverse lingue, ha segnato in qualche modo la spiritualità del secondo Novecento.

La tomba di suor Maria della Trinità, dietro l’alto muro del monastero di Santa Chiara, in un quartiere residenziale della città santa, sulla strada che porta a Betlemme, dal 25 giugno 1942 è sempre più meta di preghiera. La frase incisa sulla lapide tombale riporta una frase sussurratale nel cuore da Gesù: «Sii il mio piccolo seme piantato in terra di Gerusalemme, per portare frutti nella mia Chiesa». Una missione che si sta compiendo: «Maria ha tanti amici, nel mondo — racconta la badessa suor Mariachiara Bosco — dall’Austria all’Argentina, al Sud Africa. Questo continua a riempirci di gioia, e allo stesso tempo ci dà tanto lavoro. Stiamo raccogliendo le tante testimonianze di favori legati alla sua intercessione. In particolare penso che abbia una predilezione per le partorienti e per le donne che hanno difficoltà nella gravidanza, anche per la sua storia personale».

Impressionante la ricorrenza delle date nel monastero di Gerusalemme, fondato nel maggio di 13o anni fa. Qui anche il beato Charles de Foucauld trascorse diversi mesi in preghiera, ritirato da eremita nel giardino. Furono quattro i viaggi alla città santa, tra 1898 e 1900; il primo arrivo, il 24 giugno del 1898. Esattamente quaranta anni dopo, nel 1938, arrivava a Gerusalemme Luisa Jaques, che il 25 giugno 1938 pregava davanti al Santissimo Sacramento esposto nella cappella delle clarisse, e cinque giorni dopo veniva accettata come postulante. Un tempo breve e intenso, di maturazione nella carità quello trascorso tra le mura del convento: il 25 giugno del 1942, a quattro anni esatti dal suo ingresso, Maria si spegneva serenamente, dopo essersi offerta a Dio.

 

 

Quel «colloquio interiore» di suor Maria della Trinità 

Un itinerario spirituale «guidato» dall’Eucaristia

di SARA FORNARI pubblicato su Avvenire del 21 luglio 2017

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Cresce in tutto il mondo l’attenzione alla testimonianza della clarissa morta 75 anni fa a Gerusalemme La sua tomba costante meta di preghiera. Il teologo von Balthasar diceva: l’attualità dei suoi scritti è l’ascolto della voce del Signore

«Sii il mio piccolo seme piantato in terra di Gerusalemme, per portare frutti nella mia Chiesa». È la frase incisa sulla pietra tombale di suor Maria della Trinità: una lapide tra molte, nel cimitero del convento in Hanock Albeck street a Gerusalemme. Parole ascoltate dalla voce dal Signore, e risuonate nel cuore della clarissa, che le scrisse nel Colloquio interiore. A 75 anni dalla sua morte, quella frase suona più che mai come profetica, per una donna del secolo scorso, la cui missione è tuttora viva. Dietro il grande muro di clausura del monastero di Santa Chiara, che sorge sulla strada che porta a Betlemme, la sua tomba è sempre più meta di preghiera. «Suor Maria della Trinità si sta facendo tanti amici, nelle parti più diverse del mondo – racconta la badessa suor Mariachiara Bosco – dall’Austria all’Argentina, dal Brasile alla Svizzera, al Giappone, fino al Sudafrica, sua terra natale. Questo non cessa di stupirci e riempirci di gioia».

Maria della Trinità, al secolo Luisa Jaques, non era nata cattolica. La clausura arrivò al culmine di un travagliato cammino alla ricerca di Dio, che ne fa una figura davvero attuale, e quando ormai pensava di aver perso la vocazione. Divenne clarissa solo 4 anni prima di morire, dopo essere entrata in prova in almeno quattro diverseCongregazioni. Nacque a Pretoria il 26 aprile 1901, in una famiglia di calvinisti svizzeri: in Sudafrica il padre aveva fondato la missione di Pretoria e Johannesbourg. Donna di cultura e fine sensibilità artistica, cercò la verità senza stancarsi. Perse la madre a poche ore dalla nascita, fu cresciuta dalla zia in Svizzera. Lavorò presso un avvocato e come istitutrice, passò attraverso esperienze laceranti, fino alla notte, che segnò il punto di svolta. Colpisce la profondità della crisi vissuta da Luisa: «Dio non c’è, tutto quello che se ne dice non è che commedia, e la vita non vale la pena di essere vissuta. Ecco a che mi aveva portato a pensare tutta una lunga catena di sacrifici e lotte inutili: Dio non c’è! Ho conosciuto la disperazione! Morire, morire…». Così suor Maria della Trinità inizia il racconto della sua conversione e vocazione – come lo chiama lei, «delle sue debolezze e della misericordia del Signore» – scritto su richiesta del confessore, affidando «lo sforzo di sincerità alla Vergine Santa, chiedendole di insegnarmi ad essere breve, lei che ha taciuto». Fu quella notte di disperazione tra il 13 e il 14 febbraio 1926 a portarla alla luce della fede: ebbe la visione di una figura vestita da clarissa, e da subito sentì il richiamo del chiostro. Da allora, nel tempo libero dal lavoro a Milano, prese a visitare le chiese cattoliche sentendosi attratta dall’Eucaristia. Due anni dopo, il Battesimo. Infine l’arrivo a Gerusalemme, nel monastero dove 40 anni prima anche il beato Charles de Foucauld trascorse diversi mesi in preghiera, da eremita, nel giardino.

La sua testimonianza continua a conquistare il cuore di tante persone grazie al suoColloquio interiore, scritto a partire dal 1940, oggi alla 10ª edizione. Da due anni le clarisse di Gerusalemme hanno iniziato a pubblicare una newsletter per tenere i contatti con quanti chiedono di lei e far conoscere le testimonianze custodite in archivio, più di 200 le lettere e cartoline, spedite dai 5 continenti. Sollecitate dalle molte richieste hanno chiesto all’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme, di approvare la preghiera per chiedere grazie per intercessione di suor Maria della Trinità.

«L’attualità dei suoi scritti, è l’ascolto interiore della voce del Signore», ha rilevato il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar nella prefazione al Colloquio interiore in lingua francese. L’intensità spirituale con cui la voce vi risuona, «deve farci tendere l’orecchio non verso l’esterno ma verso l’interno di noi stessi, in cui essa parla ugualmente». Il seme caduto in terra di Gerusalemme porterà di certo molti frutti.

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Intervento alla presentazione della nuova Decima edizione del Colloquio interiore di Suor Maria della Trinità

Padre Claudio Bottini ofm, Studium Biblicum Francescanum Gerusalemme

Milano – Monastero Santa Chiara, 9 dicembre 2015

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L’invito, cortesemente rivoltomi dall’amico Carlo Giorgi a nome delle Edizioni Terra Santa, è stato una gradita sorpresa. Il Colloquio interiore di Suor Maria della Trinità mi è familiare da molti anni, ma è la prima volta che mi si offre l’occasione di parlarne pubblicamente.

 

Suor Maria della Trinità e Milano

Che questa prima volta poi sia qui a Milano mi rallegra ancora di più, sapendo quanto questa città sia importante nella vicenda di Luisa Jaques. Se ho contato bene, il nome di Milano ricorre circa trenta volte solo nella parte autobiografica delloscritto di Suor Maria della Trinità; in un caso inoltre è la Voce che le ricorda: “Io ti custodirò nel più profondo del mio cuore; tu sei la mia piccolissima bambina! Insieme faremo qualche cosa di buono, come ti ho detto a Milano; ma in cielo lavoreraicon pienezza” (n. 54; cf. anche p. 72 nota 14).

A Milano Luisa Jaques trovò lavoro come istitutrice nel 1926 e anche in seguito; qui avvertì per la prima volta il fascino irresistibile dell’Eucaristia; qui divenne cattolica il 18 marzo 1928; qui trascorse un certo tempo come suora francescana.

Credo si debba anche dire che, grazie al Centro di Propaganda e Stampa di Terra Santa di Milano, predecessore delle Edizioni Terra Santa, il Colloquio interiore ha avuto in Italia una diffusione eccezionale. Tenendo conto anche delle varie traduzioni in diverse lingue, l’amico Giuseppe Caffulli, direttore… ha scritto giustamente che siamo dinanzi a un“caso editoriale”.

Il mio incontro con il Colloquio interiore

Il mio primo incontro con il Colloquio interiore risale a quaranta anni fa, quando, arrivando a Gerusalemme nei primi mesi del 1975 come studente dello Studium Biblicum Franciscanum, padre Bellarmino Bagatti e padre Lino Cignelli me lo fecero conoscere come un testo spirituale meritevole di attenzione. Ricordo che padre Bagatti in particolare parlava dell’entusiasmo che il dr. Francesco Canova, medico italiano in missione tra la Transgiordania e la Palestina prima e durante la seconda guerra mondiale, aveva per lo scritto e per la persona di Suor Maria della Trinità. Fu lui infatti a curare la prima traduzione italiana degli scritti apparsi nell’originale francese, raccogliendoli sottoil titolo di Colloquio interiore e a certificare una singolare guarigione  attribuita all’intercessione di Suor Maria a due anni dalla morte.In seguito scoprii che anche altri confratelli in Terra Santa attingevano dagli scritti di Suor Maria ispirazione per il proprio cammino di fede e che il piccolo libro di formato tascabile aveva una vastissima cerchia di lettori specialmente in Italia.

Da allora questo scritto mi ha fatto compagnia e poco più di dieci anni fa ebbi inaspettatamente la ventura di dovermi occupare con il confratello padre Cignelli della nona edizione uscita a Gerusalemme nella primavera del 2004.

Col tempo è cresciuta in me non solo l’affezionea questo testo ma anche la conoscenza e l’ammirazione e – confesso – la devozione per Suor Maria della Trinità che mi appare sempre più una piccola grande donna. Sì, piccola e fragile fisicamente, ma ricca di qualità umane e di doti artistiche,forte e intrepida nella ricerca della volontà di Dio e nel superamento di ogni genere di difficoltà frapposte al suo cammino. Esemplificandole possiamo dire che tali difficoltà vanno: da una tremenda crisi morale e religiosa alla chiamata a seguire una misteriosa vocazione;dalla malferma salute al dramma di lasciare la Chiesa evangelica calvinista, di cui i familiari erano missionari in Sudafrica, per divenire cattolica; dalle sofferenze accettate nel tentativo di farsi accogliere da comunità e istituti religiosi all’umiliazione di doverne uscire; dalla vita attiva come educatrice consacrata alla ricerca insonne per entrare in un monastero di clarisse.

E tutto ciò in un itinerario esistenziale che parte da Pretoria in Sudafrica dove Luisa nasce nel 1901 perdendo la mamma dopo poche ore e la conduce piccolissima in Svizzera per essere educata rigidamente da una zia materna, la vede muoversi in cerca di lavoro tra la Svizzera e Milano, la riconduce a 36 anni in Sudafrica dopo le sfortunate peripezie presso le Suore Francescane alla Certosa di Milano e nel monastero di Evian in Francia per approdare inaspettatamente ma provvidenzialmente a Gerusalemme che il biografo padre Alain Duboinchiama il “porto” di Suor Maria della Trinità divenuta finalmente clarissa.

Sul cammino di Luisa Jaques

La migliore conoscenza della sua vicenda biografica mi ha fatto scoprire che Suor Maria, 1quando era ancora Luisa Jaques, venne a contatto con personalità di rilievo nella Svizzera del suo tempo. Ho scoperto pure che negli anni venti del secolo scorso in Svizzera vi furono varie conversioni al cattolicesimo e tra di esse vanno segnalate quelle di Luisa, della sua migliore e fedele amica Bluette di Blaireville e di Adrienne von Speyr.

Adrienne, più giovane di un anno,che incontrò quasi casualmente Luisa nel 1918  dando delle conferenze a Leysin, dove Luisa si trovava per un po’ di riposo,nella sua autobiografia scrive di lei questo ricordo: “Aveva circa vent’anni [in realtà 18], aveva grandi occhi neri, una figura alta e slanciata, mani bianche e dolci, una voce leggermente velata. Dopo la seconda o terza conferenza mi accompagnò nel ritorno a casa; dovendomi distendere, lei restò accanto a me. Andando via disse: ‘Mi costringerai a diventare cattolica’. Fu come un colpo per me. Come mai? avevo chiesto. Rispose: ‘Obbedienza e libertà s’incontrano soltanto in Dio e nella sua Chiesa’” (A. Von Speyr, Dalla mia vita. Autobiografia dell’età giovanile, Milano 1989, 150). Adrienne divenne cattolica nel 1940, diciotto anni dopo Luisa.

Luisa ebbe per compagna d’infanzia Lydia von Auw, prima donna a frequentare la Facoltà di teologia della Libera Chiesa del cantone Vaud, prima donna pastore e insigne studiosa di storia di Angelo Clareno e degli spirituali italiani e del modernismo italiano. Con lei dovette restare in amicizia e corrispondenza se nel 1940, clarissa a Gerusalemme le scrive: “Penso ancora di più a te quando abbiamo le ore di adorazione davanti al Santo Sacramento” (p. 116).

Maurice Zundel, sacerdote svizzero ritenuto oggi “uno deipiù importanti scrittori di spiritualità del XX secolo” fu un’altra grande personalità con la quale fu in relazioneLuisa. Fu lui a leggerle in viso il desiderio di diventare clarissa e le facilitò l’ingresso a Evian nel 1936;  Luisa nel momento della crisi sente la sua accoglienza come “una grande luce sul … cammino” (p. 97); ne segue il consiglio di andare in Sudafrica a conforto proprio e dei suoi familiari (p. 99). Credo che uno studio comparativo tra gli scritti di Suor Maria dellaTrinità e le opere di Zundel rivelerebbe dei contatti tematici molto interessanti.

Il Colloquio interiore e i suoi valori

Il volume che le Edizioni Terra Santa offrono ora ai lettori non è una semplice ristampa del Colloquio interiore. Rispetto alla nona edizione essa contiene non solo alcune correzioni e degli aggiornamenti, ma ne migliora sostanzialmente la presentazione grafica e tipografica. Il sottotitolo che è stato introdotto aggiunge una nota per una comprensione migliore del libro che contiene appunto il racconto autobiografico della conversione che Suor Maria scrisse in brevissimo tempo per il suo confessore padre Silvère Van den Broeck, francescano sagace dotato di fine discernimento.In questa edizione poi è messa in migliore e giusta evidenza la prefazione che Hans Urs von Balthasar scrisse per l’edizione francese del 1977.Sono sicuro che il libro favorirà ulteriormente a un pubblico più vasto la conoscenza di questa grande mistica e della sua straordinaria esperienza spirituale.

La fortuna di questo scritto – va detto chiaramente – quasi senza alcun supporto promozionale– ne suggerisce già la preziosità intrinseca, ma chi lo frequenta ne scopre la ricchezza teologica e spirituale sotto un dettato spontaneo, improvvisato al ritmo dei momenti della vita di ogni giorno.

Il compianto confratello padre Lino Cignelli che curò con la mia collaborazione la precedente edizione del Colloquio interiore non esita a definire Suor Maria della Trinità una “mistica e profetessa del XX secolo” e ne mette in luce gli aspetti essenziali della santità cristiana: biblicità, cristicità, marianità e ecclesialità nella cornice del carisma francescano-clariano. Egli sottolinea anche la profonda maturazione raggiunta da Suor Maria nella fede cattolica.

L’insigne teologo von Balthasar indica negli scritti il riflesso di un’autentica esperienza cristiana, ne sottolinea l’attualità anche per i nostri tempi nel tema dell’ascolto interiore della voce del Signore da parte di Suor Maria e del rispetto di Dio per la libertà della creatura umana e nell’invito valido per ogni cristiano a tendere l’orecchio non verso l’esterno ma verso l’interno di se stesso, in cui la Voce divina parla ad ognuno.Lo stesso autore osserva che “l’insistenzasui piccoli dettagli della vita comune nel chiostro, insistenza chepuò sembrare singolare, ma che, alla luce del Vangelo, è evidente,quando è in gioco la carità fraterna. Sotto queste apparentifutilità si nasconde la leva che solleva il mondo” (p. 5). Preziosa anche la precisazione sul “voto di vittima” di cui si parla verso la fine della vita di Suor Maria. Von Balthasar dissipa ogni diffidenza al riguardo e lo riconduce all’esperienza nota alla spiritualità cristiana come “un grado sommo di disponibilità e di non resistenza a tutte le decisioni di Dio”, all’indifferenza o “apatheia cristianamente compresa dai Padri della Chiesa, all’abbandono dei mistici del Medioevo…” (p. 8).

Chi legge nota facilmente che in Suor Maria della Trinità brillano virtù come la sincerità, l’umiltà, l’obbedienza, la pazienza. Sorprende anche la semplicità con cui ella accoglie la Voce di Gesù che risuona chiaramente nel suo spirito. Non le appare straordinaria né singolare; anzi è convinta che il Signore parla ad ogni anima alla stessa maniera. Le espressioni che la voce divina le rivolge sono “vibranti parole di amore” – come ha scritto Carlo Giorgi –, ma in esse non vi è nulla di ricercato o di troppo dolce; Suor Maria le accoglie e registra con la disinvoltura di una bambina. Non è lei al centro ma Gesù che l’invita ad aprirsi con cuore lieto e generoso verso le consorelle e i familiari. Nel Colloquio interiore le parole del Signore le infondono fervore, la spronano a una vita laboriosa, nascosta e interiormente intensa, la invitano ad amare la Chiesa e a offrirsi per l’unità nella fede.

Potremmo continuare a lungo nell’elenco dei molteplici pregi e valori spirituali di questo testo che una studiosa di spiritualità ha definito un “vademecum divita interiore, di intimità divina, di ‘fede del cuore’, semplice e quotidiano quanto umile e discreto è l’amore di Dio per la creatura” (L.M. Mirri).Approfondire i vari temi sarebbe impossibile in questa sede. Desidero però soffermarmi su due argomenti: il primo riguarda l’Eucaristia, una presenza e una dimensione essenziale nell’esperienza di Suor Maria che mi colpì fin dal primo momento del mio incontro con il Colloquio interiore; il secondo non è altrettanto fondamentale, ma mi è suggerito dal Giubileo Straordinario della Misericorda nel quale siamo appena entrati.

L’ Eucaristia nella vita e negli scritti di Suor Maria

Suor Maria stessa racconta come fu attratta dall’Eucaristia quando un giorno entrò per SAM_0933caso nella chiesa di Santa Maria delle Grazie a Milano durante la benedizione eucaristica: “Io non ci capivo niente, – dice – ma ero come attirata” (p. 60). Per oltre un anno continua a frequentare delle chiese attratta unicamente dalla misteriosa presenza eucaristica. Sempre lei racconta: “Questa religione (= cattolicesimo) non mi diceva niente – però qualcosa nelle chiese mi attirava irresistibilmente” (p. 60). In quello stesso tempo resta molto colpita da un pensiero che le dice Verena Pfenninger sua amica divenuta cattolica: “Lui è così grande, si fa piccolissimo per venire a noi, nascosto sotto le specie del pane; per aiutarci… Se tu sapessi…” (p. 61).

Questo pensiero fa nascere in lei un “intenso desiderio – sono sue parole – di ricevere il Signore Gesù, – nessun desiderio di farmi cattolica. Ma ormai vi è sull’altare e nella Messa qualcosa che io comprendo” (Colloquio, p. 61). Questo misterioso fascino dell’Eucaristia la conquista per sempre. Anche l’approdo al monastero di S. Chiara a Gerusalemme fu segnato dall’Eucaristia che ella vi trovò esposta il 24 giugno 1938.

Nei suoi scritti si parla con frequenza dell’Eucaristia sotto vari aspetti. Gesù presente nell’Eucaristia parla a Suor Maria come un maestro che la educa sulle vie della perfetta adesione alla volontà di Dio. In un pensiero suggerito dalla voce divina si legge: “Quando sei dinanzi al Santo Sacramento esposto, come puoi pensare ad altro che a me? Nascondo la mia divinità, – nascondo la mia gloria, – nascondo la mia potenza: la loro vista vi schiaccerebbe. E sono più onorato e lieto nel vedere che nonostante tutto credete in me, – siete felici della mia gloria, – fate assegnamento sulla mia potenza” (n. 298). In un altro pensiero ancora più profondo ella annota: “Non si vede niente: una sottile ostia, un tondo bianco al centro dell’ostensorio… E tuttavia sono là, sì, io Gesù, con la mia divinità. – Mi sono annientato perché possiate accostarvi a me, perché la mia divinità penetri in voi e vi trasformi a vostra insaputa. Sono io che agisco… Non chiedo che il vostro consenso… Sono là in un silenzio perfetto, in una pazienza perfetta. È senza parole che io attiro le anime. La mia voce è tanto delicata dentro di esse, perché è fragile un’anima. Figliola mia, la tua voce, se cerchi di parlare di me, potrebbe coprire la mia… Vale più il silenzio rispettoso che permette di ascoltarmi” (n. 305).

Il pensiero dell’abbassamento estremo di Gesù Cristo nell’Eucaristia torna continuamente: “Vedi come la mia Presenza è leggera, poco ingombrante, tanto delicata quanto fedele… Mi sono ridotto quasi a nulla, per stare tra voi senza esservi di peso… Senza alcuna pena voi potete assorbirmi e io agisco in voi, talmente nascosto, che sembra che siate voi ad agire… È là la vera azione, quella che resta. Pochi la comprendono; le si preferiscono le gesta appariscenti con i loro risultati immediati. Scegli” (Colloquio, n. 311).

Su tutti emerge e colpisce il tema della “vita eucaristica” di Gesù che la voce divina la spinge a contemplare e imitare. In un testo si legge: “Credi tu, figliola mia, che nella Santa Ostia dove sembra che io non faccia niente, io agisco? Agisco con la mia immolazione alla volontà del Padre, agisco impercettibilmente, ma efficacemente sulle anime!… Molte anime che sono mie uniscono alla mia azione la loro allo stesso modo; non si vede nulla, ed è l’azione più potente. Vuoi seguirmi fin là?” (n. 322).

La vita eucaristica di Gesù è detta: apostolato, silenzio, immolazione, irradiazione del trionfo della vita dello Spirito, missione, obbedienza e docilità, azione, riparazione, offerta, immolazione (nn. 363, 370, 407, 421, 523, 638, 662, 665, 670).

L’imitazione della vita eucaristica di Gesù ispirò a Suor Maria di fare il voto di vittima che la portò in brevissimo tempo a consumarsi nell’amore come un’eucaristia vivente. Un giorno la voce divina le dice: “La gioia non è iscritta nella Santa Eucaristia: essa porta l’immagine del Crocifisso. Ma quando mi ricevete, non sentite la mia gioia? Io ve la comunico e ve la dono. Io sono la vera vittima. Seguitemi al Calvario e fino all’Eucaristia” (n. 638). E proprio pochi giorni prima di morire la medesima voce le ripete: “Quello che io ti chiedo, quello che attendo da te è che tu agisca senza irritarti e senza parlare, ma secondo la mia maniera, imitando la mia vita eucaristica. Questo è il voto di vittima che ti ho chiesto” (n. 665).

Von Balthasar ricollega alla sua spiritualità eucaristica il voto di vittima emesso da Suor Maria della Trinità. Lo “stato” eucaristico di Gesù è un’esistenza espiatrice. Il Signore è presente nell’Eucaristia come “puro dono al Padre e agli uomini” (p. 8). Questa comprensione singolare del mistero ha ispirato Suor Maria a offrirsi vittima.Credo che per questo Suor Maria della Trinità, come tanti santi e sante della Chiesa, meriti di essere ricordata con un tratto di originalità tra “i grandi interpreti della vera pietà eucaristica” (Ecclesia de Eucharistia 62).

Il tema della misericordia negli scritti di Suor Maria

oltre30A suggerirmi questa seconda riflessione sono due dati di fatto collegati: uno intrinseco agli scritti di Suor Maria e l’altro relativo al momento ecclesiale che stiamo vivendo.

Suor Maria, consegnando al suo padre spirituale loscritto autobiografico della sua conversione e vocazione, lo chiama “il racconto delle mie debolezze e della misericordia del Signore” (p. 103, un titolo confermato dalla stessa voce divina che le dice: “Da’ il racconto della tua vocazione al tuo Padre, poi non pensarci più. Sì, è il racconto delle tue debolezze e il racconto della mia Misericordia”(n. 567).Alla luce di questa definizione e trovandoci all’inizio della celebrazione del Giubileo Straordinario della Misericordia,mi pare interessante vedere come questo tema è presente nel Colloquio interiore.

La prima ricorrenza del tema si deve alla voce che, spiegandole, perché il Signore non abbia disposto prima una guida spirituale per lei, dichiaratra l’altro: “Tu stessa dovevi, da sola, spogliandoti di te, scoprire la mia voce. Un altro non avrebbe potuto fartela intendere. Ora che io ti parlo con abbandono hai bisogno di un Padre che controlli le tue decisioni e il tuo pensiero. Se voi comprendeste questo dono della mia misericordia!” (p. 65). La misericordia è dunque all’origine della pedagogia divina che rispetta tempi e modi delle creature.

Più avanti, concludendo il racconto autobiografico, Suor Maria esprime così la sua consapevolezza: “Egli [il Signore] utilizzerà i miei poveri sforzi, lo so, secondo la sua potenza e secondo la sua misericordia” (p. 103).Nella lettera a Lydia von Auw che abbiamo ricordato ella racconta che dalla lettura comunitaria del libro di Josefa Menéndez (Un appel à l’Amour) ha appreso che il Signore le aveva chiesto di scrivere ciò che lui le comunicava e lo chiama: “l’invito del suo amore e della sua Misericordia” (p. 116). Suor Maria fa intendere così che anche per lei il comando di scrivere, datole dal confessore, è un invito della misericordia divina.

Le ricorrenze fin qui segnalate indicano che ormai Suor Maria della Trinità vede tutto sotto la medesima luce: è la misericordia divina che l’hacondotta attraverso le sue debolezze al monastero di Gerusalemme e che ora l’invita ad accogliere quella voce che le parla nel profondo del cuore.

Nel seguito del Colloquio interiore si contano altre dieci ricorrenze del termine misericordia e il tema è associato a diverse realtà.

In uno dei pensieri la voce larassicurasulla possibilità che le locuzioni interiori che ella registra risultino “parole umane deboli e incomplete: “Sì, ciò che tu ritieni [delle mie parole] è incompleto ma non mi attribuisci troppa bontà: tu non hai intravisto che una particella della misericordia ineffabile diDio…” (n. 156). Ancora una conferma dunque che i messaggi che le risuonano nell’animo sono espressione della bontà misericordiosa di Dio.

In un altro passo Gesù le spiega per così dire la sinergia tra la libera e generosa azione DSCN0252divina e la responsabilità della creatura: “Sta lì la vostra responsabilità: nell’uso dei miei doni. Però vi è necessario sapere che avete bisogno di aiuto e che il segreto della mia amicizia, della mia misericordia, della mia intimità, sta nell’umiltà che vi farà vedere l’anima vostra tale e quale è” (n. 250). In tale sinergia la misericordia divina trova il suo luogo di manifestazione nell’umiltà della creatura umana che si conosce come realmente è.

In due locuzioni la voce la rassicura collegando la misericordia ad altre prerogative divine: “Io ti dico che, se credi, vedrai la potenza e la misericordia di Dio” (n. 262); “Perché hai paura della morte? Dubiti forse di me? Per i tuoi peccati: ecco la mia misericordia. Per le tue preoccupazioni, inquietudini, desideri: ecco la mia provvidenza. Per la tua debolezza: ecco la mia onnipotenza” (n. 364).

In un singolare pensiero la voce le dice che la misericordia divina ricorre a pene educative per anime che non praticano la carità con il prossimo. Il testo suona così: “Queste anime mi hanno donato la loro vita, ma non il loro cuore. Il loro cuore resta chiuso alla gioia. È per questo che la mia misericordia le colpisce talvolta con grandi pene per strapparle dagli stretti limiti di cui si accontentano” (n. 372).

In un altro passo non meno singolare Gesù le spiega la partecipazione di Maria alle sofferenze della passione dicendole: “Fai bene ad avere compassione per mia Madre, tu non ne avrai mai troppa, quando pensi alla Via Crucis. Lei ha preso parte a tutte le mie sofferenze: l’amaro calice lo ha bevuto fino alla feccia. Essa ha operato con me la vostra redenzione. Questo mistero della sua cooperazione bisogna adorarlo piuttosto che cercare di comprenderlo: È una delle misericordie del Padre…” (n. 473). Mi pare che l’originalità di questo pensiero risieda appunto nel fatto che la partecipazione di Maria alla passione del Figlio è vista come una cooperazione alla redenzione umana e le due cose insieme sono definite “mistero” da adorare come una manifestazione della misericordia del Padre.

In un passo la voce le ricorda l’assoluta bontà divina e lo sguardo amorevole e misericordioso di Dio per le creature come la sorgente e il motivo dell’amore fraterno: “Non meravigliarti se talvolta non incontri abbastanza bontà nelle tue Sorelle; anche in te non vi è abbastanza bontà… Dio solo è buono, egli è la Bontà, la Bontà infinita… Voi dovete aver pietà e profonda indulgenza le une per le altre, perché Dio vi guarda tutte con amore e misericordia…” (n. 477).

In due brani il tema della misericordia è visto nell’orizzonte dell’eternità. La voce le dice: “Tutto vi viene da Dio. Bisogna che tutto ritorni a Lui percantare la sua misericordia mediante la vostra vita, fin d’orae per l’eternità” (n. 480); “In cielo avrete piena conoscenza della misericordia divina,quaggiù voi dovrete soprattutto contemplare il mistero dellaCroce perché l’opera redentrice vi chiama, essa ha bisognodella vostra generosità per assecondare l’azione dellamia grazia; quaggiù vi è l’appello per l’espiazione, non losentite voi?” (n. 498).

In un altro pensiero Gesù invita Suor Maria a guardare alla sua azione nella sua persona come espressione delle sue “misericordie” e a fargliene un’offerta. La voce divina le dice: “Quando tu mi offri la tua vita, ciò non mi dona molto… È qualcosa di umano. Offrimi le misericordie che io ho per te, la mia pazienza, ilmio amore, i miei desideri… È ciò che il Padre mio guardain te, e la mia preghiera egli l’esaudisce sempre” (n. 557).

Questo l’ultimo passo, forse il più profondo, dove ricorre il tema della misericordia: “Io comando agli elementi con potenza: la mia voce vi risuona, la mia volontà si imprime in essi. Invece non comando alle anime; io chiedo loro… perché le ho create libere. Là dove si è ben disposti ad ascoltarmi, io parlo. La mia voceè dentro di esse, non fa nessun rumore. È fedele e perseverante.Io dico all’anima quanto deve fare per essere felice.Le dico quanto ho fatto per lei e quanto spero da lei. Non leparlo della Santità di Dio, ma della sua Misericordia e dellasua Generosità. Le insegno ad accogliere lo Spirito Santo: èlui che la purificherà e le rivelerà qualche cosa della Santitàdi Dio”(n. 614).

La profondità di questo pensiero mi pare di poterla indicare anzitutto nell’enunciazione del modo differente di agire del Signore con gli elementi della creazione e con le persone: ai primi comanda alle seconde chiede! Un tratto ancor più significativo, a mio parere, sta nella rivelazione della comunione trinitaria che Gesù attua nell’anima: le indica la misericordia e la generosità del Padre; le insegna ad accogliere lo Spirito Santo che purificherà e condurrà alla conoscenza della santità di Dio.

A confortare questa sottolineatura trinitaria contribuisce il testo che segue immediatamente nel Colloquio interiore. Difatti alle parole della voce che ho citato, Suor Maria risponde: “Mio Signore Gesù , dite qualcosa della Santa Trinità alla vostra povera creaturina!”. A questa invocazione la voce risponde: “Figliola mia, tu appartieni alla Santa Trinità.Il Padre ti ha creata per donarti al Figlio che ti ha riscattataper donarti al Padre e allo Spirito Santo che trasforma la tuaanima. Figliola mia, tu partecipi alla vita della Santa Trinità permezzo della grazia che agisce in te, mediante i Sacramenti,e per mezzo del tuo stato di obbedienza dipendente da Dio.La Santa Trinità si dona alle proprie Creature, si degna didonarsi a te… ma sono io che ti parlo”.

La rapida incursione che abbiamo fatto nei testi di Suor Maria della Trinità autorizza questa osservazione conclusiva. Se lei dà alla narrazione della sua conversione e vocazione il titolo di “racconto della misericordia di Dio”, possiamo dire che questa divina misericordia è stata misteriosamente presente nella vita di Luisa Jaques e l’ha fatta risalire dalla terribile notte tra il 13 e il 14 febbraio 1926, in cui aveva concluso “Dio non c’è, tutto quello che se ne dice non è che commedia; e la vita non vale la pena di essere vissuta”, fino alla vita di interiore felicità e stupore in cui confida di trovarsi all’amica Bluette l’11 gennaio di sedici anni dopo.

Ma possiamo aggiungere pure che è questa medesima misericordia di Dio, di cui si fa voce Gesù che le parla, la istruisce, la corregge, consola e la fa capace di unirsi alla sua vita eucaristica e offrirsi fino alla consumazione di sé nell’amore.

Conclusione

Concludo con un pensiero che mi suggerisce un testo di Suor Maria della Trinità e la serata che stiamo vivendo.Il 25 aprile 1942, durante le processione nel giardino del monastero per le Rogazioni durante le quali si pregava per allontanare i flagelli e attirare la benedizione di Dio sulle sulle messi, la voce divina le dice: “Sì, sii la mia piccola semente piantata qui in terra di Gerusalemme,per produrvi dei frutti nella mia Chiesa, dei fruttie molte altre sementi nella misura della mia prodigalità” (n. 502).

Oso dire che il Signore ha mantenuto la promessa di renderla un seme piantato a Gerusalemme ma destinato a portare frutti di santità in tutta la Chiesa. Chi visita l’umile cimitero del Monastero delle Clarisse, situato sulla strada che collega Gerusalemme e Betlemme, fa fatica a scoprire la tomba di Suor Maria nascosta tra le altre. Eppure il suo nome e i suoi scritti si sono diffusi nel mondo e in diverse lingue (sei!), cosa ancora più sorprendente se si riflette che ciò è avvenuto in assenza di qualsiasi apparato promozionale o istituzionale di natura pubblicitaria. Le Clarisse del monastero ricevono molto spesso lettere che chiedono informazioni e preghiere per intercessione di Suor Maria. Un altro esempio: tra gli scritti della Beata Pierina Morosini, morta martire a 26 anni e beatificata da S. Giovanni Paolo II, si trova come proposito questo pensiero preso dal Colloquio interiore di Suor Maria: “Dimenticati: non ti difendere: Silenzio, silenzio come Me!”.

Infine se questa sera, dopo 73 anni siamo qui a parlare della persona cui quella promessa fu rivolta, significa che siamo felici testimoni di una profezia divenuta realtà. Per questo, sii tu benedetta, Suor Maria della Trinità, piccola grande sorella e maestra nel cammino di fede e nel colloquio d’amore con il tuo e nostro Signore Gesù Cristo.